Aikido, bambini e genitori
Aikido per bambini: prima del tatami vengono i genitori

Quando un bambino comincia Aikido, spesso la prima domanda degli adulti riguarda il corso: quale maestro scegliere, quante volte alla settimana allenarsi, quale dōjō frequentare, se l’Aikido sia utile per la disciplina o per la sicurezza personale.
Sono domande legittime.
Ce n’è però una precedente: che cosa chiediamo all’Aikido di fare per nostro figlio?
Se l’idea è quella di portare il bambino in palestra perché qualcun altro gli insegni finalmente a obbedire, a rispettare le regole o a comportarsi bene, il problema non è il corso di Aikido.
Il problema è a monte.
L’insegnante di Aikido può proporre un ambiente educativo organizzato, con regole precise, tempi di attesa, esercizi da ripetere, compagni da rispettare e un adulto che conduce la lezione. Può correggere un comportamento durante la pratica. Può aiutare il bambino a sperimentare la fatica, l’errore, la collaborazione e il rispetto dei turni.
Non può però prendere il posto dei genitori. E non dovrebbe neppure essere messo nella condizione di provarci.

L’educazione comincia a casa, anche prima dell’Aikido

Un bambino arriva sul tatami con qualcosa che non ha imparato lì.
Ha già imparato, o non ha ancora imparato, come si risponde a un adulto. Ha già sperimentato che cosa succede quando gli viene detto di no. Ha già scoperto se una regola viene mantenuta oppure se basta insistere abbastanza perché venga ritirata.
Sono apprendimenti quotidiani.
Un genitore dice: «Oggi niente televisione».
Il bambino protesta.
Il genitore resiste per cinque minuti e poi accende la televisione.
La volta successiva il bambino avrà imparato qualcosa. Non necessariamente quello che il genitore voleva insegnargli.
Questo non significa che una famiglia debba trasformarsi in una caserma. Significa che una regola, per avere un significato educativo, deve possedere una certa stabilità.
Daniele Novara dedica particolare attenzione proprio alla funzione educativa delle regole, alla coerenza nella loro gestione e al ruolo dei genitori. Nel suo lavoro sulle famiglie sottolinea anche la necessità di distinguere l’educazione dalla semplice risposta alle difficoltà del momento.
Il punto è molto concreto.
Se il bambino impara che ogni limite è trattabile attraverso una lunga contrattazione, non sarà il maestro di Aikido a risolvere la questione mettendogli un keikogi addosso.
Sul tatami troverà semplicemente un altro adulto.

Le regole servono anche quando il bambino protesta

Una buona regola educativa non deve essere necessariamente piacevole.
A volte il bambino si arrabbia perché la regola esiste. È normale.
Il genitore può ascoltare la protesta senza per questo modificare automaticamente la decisione.
«Capisco che non ti piaccia. Oggi però si va a dormire alle nove.»
È una frase molto più difficile da pronunciare di quanto sembri.
Richiede all’adulto di sopportare qualche minuto di malumore senza trasformarlo immediatamente in un problema da risolvere.
Novara parla delle regole come di uno spazio organizzativo che consente al bambino di crescere, distinguendo la regola educativa dal semplice comando. Nel suo lavoro insiste inoltre sulla coesione e sulla coerenza nella gestione delle regole.
Questo è interessante anche per chi porta un bambino a praticare Aikido.
Nel dōjō il bambino incontrerà regole semplici: entrare in modo appropriato, salutare, attendere il proprio turno, ascoltare quando l’insegnante parla, non correre fuori dal momento previsto, rispettare il compagno durante gli esercizi.
Non sono regole decorative.
Servono a rendere possibile una pratica collettiva. Ma se il bambino ha imparato a casa che ogni regola può essere aggirata insistendo con sufficiente energia, il lavoro dell’insegnante diventa inutilmente complicato.

Il maestro di Aikido non è il genitore del bambino

C’è una distinzione che dovrebbe essere molto chiara.
Il genitore educa il figlio.
L’insegnante di scuola insegna e svolge una funzione educativa all’interno dell’istituzione scolastica.
Il maestro di Aikido insegna Aikido e, inevitabilmente, attraverso l’insegnamento della disciplina contribuisce anche alla formazione del bambino.
Le tre funzioni possono incontrarsi, ma non coincidono.
Il maestro può dire a un bambino di fermarsi, di aspettare, di rifare un esercizio, di rispettare il compagno. Può intervenire quando un comportamento mette a rischio qualcuno. Può costruire una situazione nella quale il bambino sperimenta direttamente le conseguenze di un comportamento.
Non dovrebbe diventare il professionista incaricato di educare il figlio al posto della famiglia.
Del resto, sarebbe una richiesta curiosa.
Portiamo il bambino ad Aikido per due ore alla settimana e chiediamo al maestro di ottenere risultati educativi che noi stessi non riusciamo a ottenere nelle altre cento e sessantasei ore.
Qualche volta sembra quasi che il keikogi possieda proprietà pedagogiche sconosciute agli altri indumenti.
Non funziona così.

Anche i genitori devono rispettare il ruolo del maestro

C’è poi un secondo problema, quasi speculare.
In Italia siamo abituati all’idea che tutti possano diventare allenatori di calcio durante la partita del figlio.
«Passa!»
«Tira!»
«Non stare lì!»
«Arbitro!»
Con l’Aikido sarebbe meglio evitare di importare lo stesso modello.
Se un bambino stesse seguendo una lezione, il genitore dovrebbe lasciare lavorare l’insegnante.
Non correggere dalla panchina.
Non anticipare le istruzioni.
Non spiegare al bambino come eseguire una tecnica mentre il maestro sta facendo altro.
Non trasformare il viaggio verso casa in un esame orale:
«Hai fatto bene ikkyo?»
«Ma perché non hai fatto come ti aveva detto il maestro?»
«Secondo me dovevi usare più forza.»
Il bambino ha già fatto la lezione.
Può essere sufficiente chiedergli se si è divertito.
Oppure non chiedergli nulla.
A volte il modo migliore per accompagnare un’esperienza è lasciare che rimanga un’esperienza.

Genitori, scuola e dōjō: serve una convergenza educativa

Il bambino non vive in compartimenti stagni.
Casa, scuola, sport, nonni, altri familiari e adulti di riferimento formano l’ambiente nel quale cresce.
Edgar Morin ha insistito sul carattere complesso dell’educazione e sulla necessità di considerare le relazioni fra conoscenza, individuo, società e contesto. Il suo testo I sette saperi necessari all’educazione del futuro, pubblicato in Italia da Raffaello Cortina, nasce proprio da una riflessione sull’educazione come problema generale della società e non come semplice trasmissione di contenuti.
Per un bambino che pratica Aikido questo può essere tradotto in termini molto semplici.
Gli adulti non devono fare tutti lo stesso mestiere.
Devono però evitare di sabotarsi reciprocamente.
Se a scuola viene chiesto di rispettare una regola e a casa quella stessa capacità viene continuamente contraddetta, il bambino riceve messaggi diversi.
Se il maestro stabilisce una regola di comportamento nel dōjō e il genitore la considera inutile, il bambino lo percepisce.
Se invece gli adulti mantengono ruoli diversi ma riconoscono reciprocamente la funzione educativa degli altri, il bambino incontra un ambiente più leggibile.
Non occorre una riunione condominiale fra genitori, maestri e insegnanti con verbale finale.
Serve soprattutto una certa coerenza.
Puoi approfondire questo tema leggendo il nostro articolo su come l’Aikido sostiene lo studio e i processi neuroscientifici.

La disciplina che chiediamo al bambino dobbiamo praticarla per primi

C’è una forma di educazione che passa dalle parole.
Ce n’è un’altra, molto meno comoda, che passa dall’esempio.
Se chiediamo puntualità e arriviamo sempre dieci minuti in ritardo, il messaggio reale è il ritardo.
Se chiediamo rispetto e insultiamo l’arbitro dalla tribuna, il bambino registra l’insulto.
Se chiediamo di mantenere una promessa e cambiamo continuamente decisione per evitare una protesta, insegniamo che la protesta può modificare la promessa.
Non serve essere genitori perfetti.
Sarebbe un obiettivo piuttosto impegnativo e, soprattutto, poco realistico.
Serve che il bambino possa vedere negli adulti comportamenti abbastanza coerenti da poterli prendere come riferimento.
Anche John Dewey, nella sua riflessione pedagogica, lega l’educazione all’esperienza e all’ambiente nel quale la persona vive. Democrazia e educazione considera l’educazione come un processo che avviene nella partecipazione alla vita sociale, non semplicemente attraverso la trasmissione di istruzioni.
Per questo il comportamento dell’adulto conta più di molte prediche.
Il bambino osserva.
Poi prova.
Poi sbaglia.
Poi riprova.
È già una forma di apprendimento.

Lasciamo ai bambini anche il piacere di giocare

Un altro errore frequente consiste nel pretendere che un bambino inizi immediatamente a comportarsi come un adulto in miniatura.
Il genitore vorrebbe disciplina.
Il maestro vorrebbe attenzione.
Il bambino vorrebbe giocare.
Non è necessariamente un conflitto.
Nell’Aikido per bambini il gioco può essere uno strumento didattico serio. Correre, rotolare, cambiare direzione, evitare un compagno, mantenere una posizione, cadere senza farsi male e rialzarsi sono esperienze corporee che possono essere organizzate pedagogicamente.
Il bambino non deve sapere che dietro un gioco l’insegnante sta lavorando su una determinata capacità motoria.
Anzi, spesso è meglio così.
L’attività può essere rigorosamente progettata dall’insegnante e vissuta dal bambino come gioco.
La psicologia culturale di Jerome Bruner è utile per comprendere il ruolo del contesto e della costruzione del significato nell’apprendimento. La sua prospettiva considera il soggetto all’interno di una cultura e di pratiche condivise; non si tratta quindi semplicemente di trasferire informazioni dal maestro al bambino.
L’Aikido infantile può offrire proprio questo: un ambiente nel quale il bambino apprende facendo.
Non tutto deve essere spiegato. Non tutto deve essere trasformato in una lezione.

L’Aikido non deve creare piccoli Rambo

Un bambino che pratica Aikido non deve diventare un piccolo combattente pronto a risolvere ogni conflitto con una tecnica.
Questa aspettativa è poco utile e rischia di contraddire il senso stesso di un percorso educativo ben costruito.
Il bambino deve poter giocare.
Deve poter imparare a cadere.
Deve poter scoprire che un compagno ha un corpo diverso dal suo.
Deve poter aspettare.
Deve poter sbagliare.
Deve poter riuscire.
Deve poter incontrare una difficoltà senza che ogni difficoltà venga immediatamente eliminata dall’adulto.
La pratica marziale offre situazioni corporee particolari. Due bambini possono afferrarsi, spostarsi, perdere l’equilibrio, cadere e ripetere lo stesso esercizio molte volte.
L’insegnante deve governare queste situazioni con attenzione.
Ma l’obiettivo non è costruire bambini aggressivi, né bambini che abbiano paura del conflitto.
L’obiettivo pedagogico dipende dall’età, dalla proposta didattica e dal modo in cui l’insegnante costruisce il percorso.
Il genitore non dovrebbe quindi chiedere:
«Mio figlio diventerà più forte degli altri?»
Una domanda più interessante potrebbe essere:
«Che cosa imparerà a fare meglio attraverso questa pratica?»
La risposta dovrebbe essere concreta.

Che cosa può chiedere un genitore a un maestro di Aikido

Un genitore ha tutto il diritto di fare domande.
Può chiedere quale sia la formazione dell’insegnante, come venga organizzato il corso, quale fascia d’età venga accolta, come venga gestita la sicurezza, quali siano gli obiettivi didattici e come vengano affrontate le situazioni problematiche.
Può osservare una lezione, quando l’organizzazione del dōjō lo consente.
Può chiedere come viene gestito un bambino che non vuole partecipare.
Può chiedere che cosa accade quando due bambini litigano.
Può chiedere quali siano le procedure adottate in caso di infortunio o di emergenza.
Sono domande legittime.
Un genitore informato non è un genitore che dirige la lezione.
Sono due cose diverse.
Una volta affidato il bambino a un insegnante qualificato, occorre anche lasciargli lo spazio professionale necessario per insegnare.

Che cosa può chiedere un maestro ai genitori

Anche il maestro dovrebbe poter chiedere qualcosa.
Innanzitutto puntualità.
Poi comunicazioni chiare.
E rispetto delle regole del dōjō.
Dovrebbe poter chiedere al genitore di non intervenire continuamente durante la lezione, di non correggere il figlio da bordo tatami e di comunicare direttamente all’insegnante eventuali problemi che riguardano il bambino.
Dovrebbe poter dire:
«Questa regola nel dōjō vale per tutti.»
E il genitore dovrebbe poter rispondere:
«Va bene.»
Non sempre sarà possibile.
Ci saranno situazioni particolari, bambini con esigenze specifiche, difficoltà familiari o problemi che richiederanno un confronto.
Proprio per questo è importante che il rapporto fra famiglia e insegnante sia basato sulla comunicazione, non sulla continua interferenza.

Prima dell’Aikido viene un patto fra adulti

L’Aikido può diventare un buon ambiente educativo per un bambino.
Ma il risultato non dipende soltanto dal maestro.
Dipende dalla qualità della relazione fra gli adulti che lo accompagnano.
La famiglia mantiene la propria responsabilità educativa.
La scuola mantiene la propria funzione.
Il maestro di Aikido insegna Aikido e contribuisce, attraverso quella pratica, alla formazione del bambino.
Il bambino deve poter essere bambino.
Può giocare, ridere, sbagliare, annoiarsi qualche volta e persino arrivare a casa con un calzino infilato male dopo aver passato un’ora sul tatami.
Non tutto deve produrre una competenza misurabile.
E non tutto deve diventare una prova di disciplina.
Ai genitori spetta una parte del lavoro che nessun maestro può svolgere al loro posto: dare regole comprensibili, mantenerle quando è necessario, accettare che il bambino protesti e mostrare con il proprio comportamento ciò che si chiede a lui.
Al maestro spetta un altro lavoro: progettare e condurre una pratica adeguata all’età, sicura, progressiva e coerente con gli obiettivi dell’Aikido.
Quando questi ruoli vengono rispettati, il bambino non ha bisogno di tre adulti che gli dicano contemporaneamente che cosa deve fare.
Ha bisogno di adulti che sappiano ciascuno quale sia il proprio compito. E questo, per cominciare, è già un buon allenamento.

Domande frequenti sull’Aikido per bambini
A quale età un bambino può iniziare Aikido?

Non esiste un’unica età valida per tutti. Dipende dall’organizzazione del corso, dalla proposta didattica e dalle caratteristiche del bambino. È importante che l’insegnante lavori con attività adeguate allo sviluppo motorio e alla capacità di attenzione della fascia d’età coinvolta.

L’Aikido serve a rendere i bambini più disciplinati?

Può contribuire allo sviluppo di alcune abitudini comportamentali, soprattutto quando il corso è organizzato con regole chiare e coerenti. Non può però sostituire l’educazione familiare.

I genitori devono assistere alle lezioni?

Dipende dall’organizzazione del dōjō. La presenza del genitore non dovrebbe comunque trasformarsi in una seconda conduzione della lezione. L’insegnante deve poter lavorare con il gruppo.

Un bambino deve imparare a difendersi attraverso l’Aikido?

L’Aikido propone una pratica marziale, ma un corso per bambini non dovrebbe essere presentato come un addestramento alla violenza o come una garanzia di superiorità fisica. Gli obiettivi devono essere adeguati all’età e alla finalità educativa del percorso.

Che cosa dovrebbe fare un genitore se il bambino non vuole andare a lezione?

Prima di decidere se interrompere o insistere è utile capire perché non vuole andare. Può trattarsi di stanchezza, paura, difficoltà con un compagno, rapporto con l’insegnante, noia o semplice desiderio di fare altro. La risposta educativa dipende dalla causa.

Bibliografia

Daniele Novara, Dalla parte dei genitori. Strumenti per vivere bene il proprio ruolo educativo, FrancoAngeli, 2009, ristampa 2022.

Edgar Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaello Cortina Editore, 2001.

John Dewey, Democrazia e educazione, Anicia, 2018


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